Il nervo vago: il “freno” del sistema nervoso
Per capire perché la respirazione funziona, bisogna partire dal nervo vago, il principale cavo parasimpatico dell’organismo. Origina dal tronco encefalico e si dirama fino al cuore, ai polmoni e ai visceri addominali, fungendo da canale di comunicazione bidirezionale tra cervello e corpo. La ricerca più recente in neuroscienze dello sport lo descrive come un vero e proprio pilastro per la performance, perché la sua attività regola contemporaneamente la funzione cardio-respiratoria, la risposta emotiva, i processi infiammatori, il recupero fisico, il controllo cognitivo sotto pressione, la resilienza allo stress e persino la coesione all’interno di una squadra.
In pratica, quanto efficacemente questo sistema riesce ad attivarsi è uno dei principali indicatori della capacità di un atleta di restare lucido. Ed è proprio su questo meccanismo che agiscono le tecniche di respirazione controllata, insieme ad altre tecniche più strumentali come il biofeedback della variabilità cardiaca (HRV) e la stimolazione transcutanea del nervo vago attraverso il padiglione auricolare.
Cosa succede nel corpo quando la pressione sale
Quando l’atleta percepisce una minaccia (reale o valutata come tale, come un momento decisivo di gara), il sistema nervoso simpatico prende il sopravvento: il cuore accelera, il respiro si fa corto e alto, i muscoli si irrigidiscono, il campo attentivo si restringe. È la classica risposta “attacco-fuga”, utile in un contesto di sopravvivenza, ma controproducente quando servono precisione, lucidità decisionale e controllo motorio fine.
La respirazione lenta e diaframmatica, in particolare quando l’espirazione viene volontariamente allungata rispetto all’inspirazione, invia al cervello un segnale opposto: comunica che non c’è pericolo imminente, favorendo lo spostamento dal sistema simpatico a quello parasimpatico. È il motivo per cui tecniche come la box breathing — inspirare, trattenere, espirare e trattenere di nuovo per lo stesso conteggio di secondi — si sono diffuse rapidamente non solo tra gli atleti ma anche in ambito militare e nelle professioni ad alta pressione decisionale.
L’evidenza sperimentale
E poichè la psicologia dello sport è una scienza, teniamo sempre a formire ai nostri lettori argomentazioni evidence-based: esistono studi che hanno misurato direttamente gli effetti della respirazione su atleti in condizioni di sforzo.
In uno di questi*, un gruppo di atleti è stato monitorato durante una sessione di allenamento esaustiva (completa, intensa e profonda che sfrutta tutte le risorse fisiche o mentali disponibili). Chi integrava la respirazione diaframmatica nella fase di recupero mostrava livelli di cortisolo (l’ormone dello stress) più bassi e livelli di melatonina più alti rispetto al gruppo di controllo, insieme a un ritorno più rapido della frequenza cardiaca a valori di riposo. Un dato interessante perché lega la respirazione non solo alla sensazione soggettiva di calma, ma a marcatori biologici oggettivi dello stato di stress.
Una revisione sistematica** condotta su nuotatori adolescenti (14-17 anni) ha analizzato l’effetto di tecniche come il biofeedback su HRV, la respirazione lenta e guidata e alcune pratiche derivate dallo yoga. I risultati, seppur su un numero limitato di studi, convergono nel mostrare una riduzione significativa dei livelli di ansia, un miglioramento degli indici di variabilità cardiaca, una miglior funzionalità polmonare e, in alcuni casi, un impatto positivo diretto sulla prestazione.
Un filone di ricerca distinto***, si è concentrato sul legame diretto tra frequenza respiratoria, regolazione emotiva e prestazione motoria. Manipolando sperimentalmente il ritmo del respiro prima di un compito motorio di precisione, i ricercatori hanno osservato modifiche misurabili sia nello stato emotivo percepito sia nella successiva esecuzione del gesto, un’evidenza che sposta la respirazione da semplice “tecnica di rilassamento” a vero strumento di regolazione della performance.
Infine, alcuni studi su atleti d’élite hanno messo in relazione la variabilità cardiaca rilevata durante manovre respiratorie controllate con il tipo di regolazione del ritmo cardiaco proprio di ciascun atleta, aprendo la strada a protocolli di respirazione personalizzati in base al profilo psicofisiologico individuale, non a un approccio univoco valido per tutti.
E sul campo?
Che questi meccanismi funzionino nella pratica, e non solo in laboratorio, lo confermano le parole di alcuni tra gli atleti più titolati al mondo.
Novak Djokovic ha reso la respirazione consapevole un pilastro dichiarato del proprio approccio mentale, al punto da definirla la competenza numero uno da allenare, al pari di un colpo tecnico. Racconta di ricorrervi anche solo per pochi respiri nei momenti di massima tensione in campo, per uscire dalla modalità “attacco-fuga” e tornare in uno stato ottimale di corpo e mente. Diversi osservatori hanno notato come, tra un punto e l’altro nei match più tesi, adotti una sequenza precisa di respiri diaframmatici profondi accompagnata da piccoli gesti di auto-regolazione, segno di un protocollo allenato e non improvvisato.
LeBron James ha parlato apertamente di soffrire ancora ansia pre-partita, nonostante decenni ai vertici dell’NBA, e ha descritto la respirazione profonda come una vera fonte di energia per il corpo, un modo per comunicare a mente e corpo che la situazione è sotto controllo. Più volte è stato inquadrato mentre respirava a occhi chiusi negli ultimi minuti di partite decisive, un momento di centratura prima della fase più critica del match.
Michael Phelps, il nuotatore più medagliato della storia olimpica, è noto soprattutto per l’uso della visualizzazione, ma il suo staff tecnico ha documentato anche una specifica tecnica di respirazione cronometrata, utilizzata nei minuti immediatamente precedenti la gara per portare il sistema nervoso nello stato ottimale di attivazione.
Un caso interessante arriva anche dal calcio: la nazionale inglese avrebbe adottato durante gli Europei 2024 un semplice protocollo di respirazione (“dentro per 5, fuori per 5”) nei momenti che precedono i calci di rigore, a dimostrazione di come queste tecniche vengano portate anche a livello di staff tecnico e non solo come iniziativa individuale.
Sul fronte femminile, Simone Biles, la ginnasta più decorata nella storia dei Mondiali e vera ambasciatrice della salute mentale degli sportivi, ha raccontato più volte di provare ancora nervosismo prima di ogni gara, definendolo parte inevitabile della competizione ad alto livello. Ha spiegato che, quando percepisce il cuore accelerare e l’adrenalina salire, il primo strumento a cui ricorre è proprio il lavoro sul respiro: rallentare la respirazione le permette di riportare la frequenza cardiaca sotto controllo e di rientrare in quello che descrive come il proprio “stato di flow” prima di ogni attrezzo. Ha raccontato di essersi affidata alla respirazione anche in contesti di forte esposizione pubblica al di fuori della palestra, come strumento per rallentare il ritmo interno prima di momenti percepiti come particolarmente carichi di pressione.
Anche Federica Pellegrini, tra le nuotatrici italiane più titolate di sempre, ha raccontato pubblicamente un percorso complesso di gestione dell’ansia da prestazione, culminato in alcune crisi acute durante le gare. Nel ricostruire il proprio percorso con un mental trainer, ha descritto le tecniche di rilassamento e respirazione, insieme alla visualizzazione, come strumenti centrali per sciogliere la tensione fisica prima del via e restare presente nel “qui e ora” della gara.
10 ottobre: Breath Training

I dati convergono su un punto chiaro: la respirazione controllata è un intervento con basi fisiologiche misurabili (dal tono vagale ai livelli di cortisolo) capace di modulare direttamente lo stato di attivazione del sistema nervoso in contesti di alta pressione. Le testimonianze di atleti di sport, generi e culture molto diverse tra loro, dal tennis al basket, dal nuoto alla ginnastica, raccontano la stessa logica sotto forme diverse: il respiro come strumento allenabile per riprendere controllo nei momenti in cui la posta in gioco è più alta.
II 10 Ottobre dedichiamo una giornata di formazione per approfondire questo tema e per capire come trasferirlo ai nostri atleti. Otto ore di allenamento e studio dedicate ai colleghi psicologi dello sport.
Scarica la locandina qui o scrivici per avere maggiori informazioni.
Le iscrizioni in early bird a prezzo agevolato scadono il 10 settembre.
(Tariffa dedicata per gli associati Centro Studi, non indicata in locandina).
*Martarelli, D., Cocchioni, M., Scuri, S., & Pompei, P. (2011) — “Diaphragmatic Breathing Reduces Exercise-Induced Oxidative Stress”
**“Psychophysiological Effects of Slow-Paced Breathing on Adolescent Swimmers’ Subjective Performance, Recovery States, and Control Perception” : 13 nuotatrici/nuotatori di livello nazionale, protocollo di 7 settimane con respirazione a 6 respiri/minuto.
***Lehrer et al. (2020), “Heart Rate Variability Biofeedback Improves Emotional and Physical Health and Performance: A Systematic Review and Meta-Analysis”





