Gli infortuni nello sport sono eventi traumatici non solo sul piano fisico, ma anche su quello psicologico. Nonostante i progressi della medicina e della riabilitazione, molti atleti non riescono a tornare ai livelli pre-infortunio. Perché? Spesso la risposta risiede nella mente.
Il project work realizzato dal gruppo MAVS, formato da Angela Bruni, Sara Conti, Andrea Galbiati, Martina Latorre, Vanessa Manfreda e Valentina Scandolara, propone un protocollo integrato di assessment e intervento psicologico, pensato per accompagnare l’atleta durante il percorso di recupero, fino al ritorno in campo.
Il cuore del problema: i fattori psicologici trascurati
Motivazione, autoefficacia, resilienza, ma anche paura, ansia, fretta, sfiducia. Sono questi i fattori che possono fare la differenza tra un ritorno efficace allo sport o un percorso interrotto. Tuttavia, nelle prassi attuali, lo spazio dedicato all’intervento psicologico è ancora marginale. Da qui nasce l’idea di ascoltare chi lavora sul campo: fisioterapisti, preparatori atletici e psicologi dello sport.
Attraverso interviste pilota e questionari mirati, il team ha raccolto opinioni, esperienze e bisogni reali, da cui sono emersi temi comuni: importanza del dialogo tra atleta e staff, centralità della motivazione, ruolo chiave della comunicazione e necessità di un approccio graduale.
Un protocollo su misura, per ogni fase dell’infortunio
Il modello teorico di riferimento è il modello biopsicosociale, che considera l’atleta nella sua totalità. Il percorso riabilitativo è suddiviso in tre fasi: reazione all’infortunio, alla riabilitazione e al ritorno in campo (RTP). In ciascuna fase, lo stato emotivo e le risorse mentali dell’atleta mutano, e il supporto psicologico deve adattarsi.
Nasce così la Rehabilitation Greed 1.0, una griglia di assessment che valuta 33 fattori chiave come motivazione, tolleranza al dolore, fiducia, autostima e resilienza. A questa si affiancano strumenti qualitativi, come interviste aperte, esercizi ACT (Acceptance and Commitment Therapy) e schede valoriali per aiutare l’atleta a dare significato all’infortunio.
Le tecniche di intervento: ACT, imagery, mindfulness e altro ancora
Il protocollo integra tecniche evidence-based per sostenere il benessere psicologico e motivare l’atleta nel percorso: dalla Psicoeducazione al Goal setting, passando per tecniche di preparazione mentale quali Imagery, mindfulnes e rilassamento, self tak. Il tutto integrato con
- ACT e defusione cognitiva: per affrontare pensieri e emozioni disfunzionali.
- Colloqui motivazionali e training assertivo: per rafforzare l’autoefficacia e la comunicazione.
Guardare avanti: antifragilità e crescita personale
Il progetto guarda anche al futuro, introducendo i due concetti innovativi di growth mindset (l’idea che si possa migliorare attraverso l’impegno) e antifragilità (la capacità non solo di resistere agli eventi negativi, ma di trarne forza e trasformazione).
Il protocollo prevede anche un intervento formativo rivolto ai coach, affinché possano sostenere psicologicamente l’atleta, creando un ambiente di fiducia e cooperazione.
Conclusioni
Questo lavoro approfondisce bene l’opportunità di una visione integrata e umana dell’atleta infortunato. L’infortunio non è solo una “pausa forzata”, ma un’occasione per crescere, conoscersi meglio e tornare più forti. Un approccio che, se diffuso e applicato, può trasformare la riabilitazione sportiva in un’esperienza realmente trasformativa.
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